Autunno '68 (l'ultimo re)

Non credo che la luce che attraversa il “campo” sia molto diversa, se paragoniamo ciò che vedevo io e ciò che potreste vedere voi recandovi lì nello stesso giorno dello stesso mese. La luce cambia le sue sfumature continuamente, potete notarlo con il trascorrere delle ore in una giornata oppure dei giorni e dei mesi nell'arco di un anno. Ma poi riprende la sua ciclicità. Negli anni. Nei secoli. Un modo per dire che, 29 ottobre 1268 oppure 29 ottobre dei giorni vostri, non fa molta differenza a patto di recarvi nello stesso posto in cui mi trovavo io quel giorno.
Qui, inginocchiato e vestito di nero. Mi fanno male le gambe. Uomini che mi guardano impietositi. Altri che non hanno neanche il coraggio di guardarmi. Chi prega. Chi già piange. E’ una giornata tiepida.
Naturalmente, il luogo. Il “campo” di Napoli, che oggi ha nome piazza Mercato. Dettagli semantici. La sua struttura prossima al mare avvolgeva quel giorno le persone accorse, e me che in quel segmento di tempo e spazio ne fui baricentro. Di quella piazza, e della figura geometrica formata da chi era lì per assistere all’evento.
Posso scorgere alle mie spalle il colore arancione della sua tunica. Sento già l’aria fare spazio alla spada. Spostarsi quasi pietosa. Dirle, e a lui d’arancione vestito che sta per affondarla nella mia carne, «fai presto…fai presto!».
Che relazione quest’episodio possa avere con ciò che accadde nello stesso giorno però della vostra epoca, con una storia d’amore tra lui e lei e per la loro città –la sua storia, i suoi monumenti, il suo cibo–, con i viaggi in moto quasi a sviscerarne le strade, e con la pizza Margherita, lo vedremo. Ho la memoria confusa, adesso. Ricordo solo pomodoro. O era sangue?

Non ebbi neanche il tempo di continuare a pensare: la spada mi stava già spaccando il collo. Il boia in arancione non fu molto bravo, mi lasciò dissanguare cosciente per qualche secondo. In cui potei quasi vedere il sequel immediato. Il sangue che irrora il mio vestito nero. La mia testa che rotola nella zona del campo orientata verso il mare. Il mio corpo ricoperto da sassi che alcuni cittadini posero come gesto di ultima pietà. Sarei stato l’ultimo re della dinastia Hohenstaufen, ma non potevo saperlo. Una cosa, però, la ricordo bene: avevo solo sedici anni.
***
Post scriptum: la forte simbologia associata ai colori è cosa nota da sempre. In moltissimi contesti. In questa scena, io ero il condannato ed ero vestito di nero. Il boia che mi decapitava, di arancione. I colori delimitano i ruoli. E’ strano notare come, in secoli diversi, una scena possa ripetersi come la luce del giorno di cui parlavo all’inizio. Certo. Si può ripetere. Ma con colori invertiti.
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